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Parità di genere

Parità di genere: bisogna sempre parlarne

Candidata, assessora, sindaca, avvocata, medica, ingegnera. Ogni volta che sento qualcuno lamentarsi per certi ruoli declinati al femminile penso che sia importante spiegare che la parità di genere passa anche, e non soltanto, dal linguaggio. Un tema che era stato sollevato ben prima che la presidente della Camera Laura Boldrini, a cui va il merito di averlo riproposto, diventasse la protagonista di una quantità di offese che non voglio stare qui a ricordare. C’è una cosa che, probabilmente, vi stupirà scoprire: nel 1987, la linguista italiana Alma Sabatini scrisse un documento per la presidenza del Consiglio dei ministri e la commissione per la Parità e le pari opportunità tra uomo e donna. Il testo si chiamava «Il sessismo nella lingua italiana» e conteneva una le «Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana».

Voglio partire da lì per due motivi: sia perché era il 1987, e partendo da questa data possiamo allontanare ogni strumentalizzazione politica attuale da un argomento la cui rilevanza travalica la storia. Sia perché sono consapevole che le parole, come diceva Nanni Moretti, sono importanti. Quindi impegnandomi a usarle nel modo corretto spero di partecipare a un cambiamento sociale che, finora, è stato rimandato troppo a lungo. Nascondendosi dietro a provvedimenti di facciata che hanno l’unico obiettivo di mischiare le carte in tavola, proponendo soluzioni che – nei fatti – non lo sono.

Vi faccio un esempio: le quote rosa. Ce n’è bisogno? Io ritengo, in realtà, che la questione sia ben più complessa di un semplice numero. Da troppo tempo vengono viste dai partiti come caselle da riempire, occasioni buone per sfogliare una rubrica alla ricerca di donne utili da schiaffare in prima pagina per dimostrare una parità di genere in realtà inesistente. Negli ultimi mesi, mi sono accorta di un dato inquietante: a fronte di tante candidate e moltissime elette (nelle competizioni elettorali di vari livelli), quante sono le donne che occupano posti di potere? Quante sono le direttrici, le funzionarie, le manager? Quanti atenei sono retti da una donna? Eppure, se si guarda al mondo della piccola impresa privata, il rapporto non è così squilibrato. Nei giorni scorsi vi ho raccontato la storia della giovanissima Maria Luisa Cinquerrui e della sua Smart island. E presto ve ne racconterò delle altre.

Io penso che la parità di genere non passi da una quota, ma passi dal riconoscimento di diritti fondamentali. Non solo quello sulla tassazione degli assorbenti (avreste mai pensato di considerarli più di lusso dei tartufi?), ma anche il congedo parentale per i padri, gli asili nido aziendali, l’home working, la flessibilità. Ho vissuto a Bergen (in Norvegia) e a Helsinki (in Finlandia) e lì ho capito davvero quanto il sistema del Welfare scandinavo abbia da insegnarci in questo senso. Nei Paesi scandinavi la percentuale di occupazione femminile non scende mai sotto il 70 per cento, e questo è dovuto a un sistema di servizi sociali di livello altissimo: per i nidi e gli asili si investono da tre a dieci volte più dell’Italia, e i livelli di copertura pubblica di quei servizi sono sostanzialmente più elevati.

La parità di genere passa dalla possibilità, per tutte le donne, di vedersi scaricate dei compiti di accudimento che, al momento, ricadono tutti sulle loro spalle. Concedendo ai padri gli stessi diritti che alle madri e permettendo alle donne che vogliono diventarlo di non rinunciare alla propria professione, o a una carriera migliore. Su questo lo Stato deve intervenire e l’Europa deve vigilare affinché ovunque, nei Paesi membri, si garantiscano le stesse condizioni di equità. Livellandole verso l’alto e non verso il basso. Si deve agire sul popolo delle libere professioniste, prive di qualunque tutela, e si devono controllare le imprese private, dove troppo spesso i diritti vengono calpestati.

C’è poi da tenere conto di un fatto: i diritti delle donne sono i diritti di tutte, non solo di chi vuole essere madre o lo è già. Dalla garanzia di un salario equo ed equilibrato alla normativa sulle molestie sul posto di lavoro. La parità di genere non è una bandiera da sventolare quando c’è bisogno di trovare qualche nome da inserire una lista: è un obiettivo da perseguire con energia, donne e uomini insieme, rimuovendo le cause di iniquità sociale e difendendo i diritti ottenuti e manifestando per quelli ancora da ottenere. Scrive Alma Sabatini: «Per parità non si intende adeguamento alla norma “uomo”, bensì reale possibilità di pieno sviluppo e realizzazione per tutti gli esseri umani nelle loro diversità». Era il 1987. Vi sembra normale che siamo ancora qua a doverne parlare?

Per approfondire: il testo di Alma Sabatini.

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