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La parola che non voglio più sentire

Negli ultimi mesi non è passato un solo giorno senza che io fossi in giro per la Sicilia e la Sardegna. Non un solo giorno senza che io non abbia incontrato, anche nel più piccolo dei Comuni dell’entroterra, persone straordinarie. Piccole storie di impegno quotidiano, grandi storie di coraggio nei momenti di bisogno. Sardi e siciliani vivono – tutt’e due i popoli allo stesso modo – combattendo. Lotte di ogni giorno: per arrivare da un Comune a un altro, per ottenere un documento da un ufficio pubblico, per prenotare una visita medica in un ospedale del territorio. Lottano affinché il diritto non si trasformi in favore, affinché le amicizie di alcuni non diventino privilegi a discapito di tutti gli altri.

Quando ho cominciato questa esperienza, il mio primo pensiero era l’Europa. Sono partita pensando di dovere proteggere il progetto europeo e aiutare le tante persone che vivono nelle nostre Regioni. In questo viaggio fisico e personale che ho fatto, ho però scoperto qualcosa che neanche immaginavo: che i siciliani e i sardi avviano aziende e ottengono successi, superando mille difficoltà, senza che qualcuno ne parli. Ho trovato nuovi amici, conosciuto esperienze di vita e professionali dalle quali ho imparato moltissimo. E ho scoperto che tutti, ma proprio tutti, sono consapevoli delle loro qualità ma dicono spesso che «purtroppo» non si riesce a fare ancora di più.

«Purtroppo». Io questa parola non la voglio più sentire. Vorrei che venisse bandita dal nostro vocabolario. E che venisse sostituita dal «Nonostante». Noi dobbiamo decidere per noi stessi, prendere in mano le redini del nostro futuro. Nonostante gli ostacoli, nonostante una classe politica e dirigente dalla quale non ci sentiamo rappresentati, nonostante gli steccati che separano i percorsi di tanti. Voglio che apriamo le nostre porte (e sì, i nostri porti, ma questo è un altro discorso) e ci mettiamo insieme. In un’unica grande rete, fatta di competenza e resilienza. È una bellissima parola, usiamola più spesso.

Quando ho deciso di impegnarmi in politica ero in mezzo a pochi amici, quelli di sempre. Nei giorni a seguire accanto a me c’erano sempre più persone. A Catania, a chiudere con me la campagna elettorale, c’erano tante di quelle persone che quasi non ci entravano su una delle terrazze più belle della nostra città.  In mezzo a queste due date – quella dell’inizio e ieri, la conclusione – ci sono stati appuntamenti e comizi e serate e cene e riunioni con centinaia di cittadini. Anche nei paesini più piccoli e nascosti. Nonostante le strade dissestate, nonostante la fatica, nonostante gli impegni, nonostante i dubbi sciolti solo al momento della firma della candidatura, e nonostante tutta una serie di imprevisti, ovunque io sia andata ho trovato le braccia aperte e la voglia di mettersi in gioco.

E allora questo dobbiamo fare: costruire con le nostre mani un futuro diverso, fare fiorire le nostre terre e le nostre vite. La politica non sono i partiti, sono le persone che decidono di lavorare per il bene comune e per il futuro della collettività. Voglio che tutti comprendiamo il valore di ragionare, progettare e lavorare insieme. Se restiamo da soli, perdiamo. Non soltanto queste elezioni, ma anche la speranza di potere cambiare. Se ci uniamo, invece, ce la facciamo. Ci riusciamo domenica e ci riusciamo nei mesi e negli anni a venire. Il coraggio di uno non basta: quello di tutti è un’onda che non si può fermare.

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